Se ne parla da vent’anni, con una quantità di convegni, confronti più o meno riservati, ma non si era mai arrivati a nulla. Oggi le associazioni delle imprese in larghissima maggioranza hanno condiviso i criteri per misurarsi. Definire i perimetri contrattuali di ciascun settore. E arrivare così a definire quale è in ogni ambito produttivo il «contratto leader» da prendere come riferimento per sapere quale è il «salario giusto» introdotto dal Decreto Primo maggio.
L’intesa è stata raggiunta la sera di martedì 7 luglio, poi le associazioni si sono date tempo fino a mezzogiorno di venerdì 10 per decidere se firmare o meno. L’adesione è stata molto ampia: Confcommercio e Confindustria in primis, e poi Confesercenti, Confapi, Legacoop, Confcooperative, Abi. E infine anche le associazioni dell’artigianato Cna, Confartigianato, Casartigiani, Claai, fino all’ultimo combattute sul da farsi.
Che cosa non andava giù agli artigiani? Soprattutto questo passaggio: «Le Parti si impegnano ad evitare impropri ampliamenti dei perimetri contrattuali e ad istituire un Osservatorio con funzioni di monitoraggio e di regolazione delle eventuali sovrapposizioni contrattuali». In pratica anche l’artigianato si impegna a non allargare il suo raggio d’azione proprio mentre il governo sta per intervenire sulla legge quadro dell’artigianato, su richiesta delle associazioni stesse, per aumentare il numero massimo dei dipendenti delle imprese artigiane. Un’opportunità per allargare in prospettiva il numero delle aziende iscritte.
Venendo al punto centrale della questione, e cioè a criteri con cui si pesano le associazioni, il testo individua tre criteri qualitativi e uno quantitativo (che poi è quello che conta). I tre qualitativi: presenza storica e continuativa dell’associazione nel sistema delle relazioni industriali; partecipazione dell’organizzazione a organismi di rappresentanza europea; presenza nel proprio sistema di contrattazione collettiva di istituti strutturati per la disciplina del welfare contrattuale. E’ evidente che di per sé questi criteri escludono le associazioni pirata. Ma come si diceva il punto è il criterio quantitativo, «fondato sul numero di dipendenti che vedono regolato il proprio rapporto dalla contrattazione collettiva del settore rappresentato». Quindi quello che conta è il numero dei dipendenti a cui è applicato il contratto firmato dalla tal associazione. Sui criteri quantitativi da utilizzare si è discusso per anni. Soprattutto le associazioni delle piccole imprese avrebbero preferito che si considerassero anche le sedi presenti sul territorio o il numero delle imprese iscritte. Ma evidentemente questa visione è stata superata. Ultimo ma molto importante: le associazioni «daranno corso ad un successivo confronto per verificare la possibilità di acquisire - sempre in maniera certa e omogenea - i dati relativi alla consistenza associativa, da valutare in relazione al dato della diffusione del contratto».
Ha vinto nell’insieme il sistema della rappresentanza delle imprese che dopo anni è riuscito a esprimere una visione condivisa e a dimostrare di poter giocare nel confronto con la politica mettendo sul tavolo proposte concrete e condivise. Ovviamente questo ha comportato qualche rinuncia. In particolare alle associazioni delle imprese più piccole e degli artigiani. D’altra parte l’asse che si è costituito tra Confcommercio e Confindustria e poi tra le due associazioni e Cgil, Cisl, Uil non ha lasciato molto spazio. Certo, ora per diventare davvero operativo l’accordo dovrebbe essere recepito da un veicolo legislativo. E questo è tutto da vedere. E poi il prossimo passaggio è il confronto con il sindacato. Anche Cgil, Cisl e Uil hanno definito una loro «piattaforma». Obiettivo: condividere con le imprese un nuovo modello per i rinnovi contrattuali a partire dal prossimo autunno.