Le menzogne di Ulisse non sono le fake news di oggi. Non pretendono di contraffare il mondo per impedire agli uomini di comprenderlo, ma sono «artefatti creativi» con cui l’intelligenza tenta di migliorare la realtà quando essa, nella sua cruda verità, appare insopportabile. Le fake news contemporanee uccidono il pensiero, perché cancellano la distinzione tra vero e falso e chiedono soltanto obbedienza. Le astuzie menzognere di Ulisse, al contrario, sono atti creativi della sua mente: aprono possibilità, inventano vie di fuga, trasformano una situazione senza scampo in uno spazio di libertà.
L’Ulisse di Christopher Nolan combatte, soffre, uccide, ama. Ma soprattutto pensa. È questa la vera sorpresa del film. Le scene più spettacolari sono certamente la presa di Troia, costruita intorno alla grandiosa invenzione del cavallo, e la sanguinosa strage dei Proci, raccontata come un regolamento di conti atteso per vent’anni. Eppure entrambe acquistano significato perché Nolan mostra ciò che viene dopo l’azione: il silenzio della coscienza. Il suo Ulisse non celebra le proprie vittorie, ma ne sopporta il peso, tormentato dal rimorso per i morti, dalla nostalgia di Itaca e dal dubbio sul senso delle proprie scelte.
L’eroe diventa così filosofo. Non perché elabori una dottrina, ma perché fa della riflessione sulla propria vita il centro dell’esistenza. Nolan recupera in questo modo la radice autentica della filosofia greca, nata non come possesso della verità, ma come ricerca inquieta della sapienza.
A guidare questa ricerca è Atena, interpretata da una magnetica Zendaya. La dea non è soltanto la protettrice dell’eroe, ma la figura della sophia. E tuttavia la sua sapienza non coincide mai con una verità consegnata una volta per tutte. Atena pone domande più che offrire risposte; accompagna Ulisse senza sostituirsi alla sua libertà; lo costringe a interrogarsi. La filosofia appare così come un dialogo permanente con il dubbio. Il filosofo non è colui che possiede la sapienza, ma colui che la ama e continua a cercarla.
La verità, paradossalmente, appartiene invece a Circe, interpretata con straordinaria intensità da Samantha Morton. È lei a parlare con il tono della certezza. Ma la sua verità coincide con il destino. Quando trasforma i compagni di Ulisse in porci, non li cambia realmente: rivela ciò che essi erano già. La metamorfosi non produce una nuova natura, ma rende visibile quella nascosta. Il destino consiste precisamente in questo: diventare inevitabilmente ciò che si è.
Ed è qui che Ulisse prende le distanze da Circe e sfida il destino. Se il destino parla il linguaggio della verità, Ulisse sceglie quello della menzogna. In più scene del film (nel dialogo con il giovane Sinone, personaggio inventato da Nolan, nelle discussioni con i compagni e perfino nel rapporto con Telemaco) egli difende apertamente l’utilità del mentire. Non come inganno fine a se stesso, ma come strumento di salvezza.
Tutta la vita di Ulisse è costruita sulla metis, l’intelligenza astuta che inventa strategie, travestimenti e false identità. Il cavallo di Troia è una gigantesca menzogna. «Nessuno», il nome con cui inganna Polifemo, è una menzogna. Mendace è il vecchio mendicante sotto cui si nasconde tornando a Itaca. Mendaci sono i racconti che inventa per sfuggire ai nemici e proteggere i suoi. Ma queste menzogne non distruggono la realtà: la salvano. Non negano la vita; le permettono di continuare.
Nella lettura di Nolan la menzogna non è dunque il contrario della verità morale. È il contrario della fatalità. Se Circe rappresenta il destino immutabile, Ulisse rappresenta la libertà creativa dell’uomo. La sua astuzia è la capacità di sottrarsi a ciò che sembra già scritto. Persino l’identità non è un dato immobile: può essere nascosta, reinventata, riconquistata. L’uomo è più della natura che gli viene attribuita, più delle proprie colpe, più del proprio passato.
Questa è una filosofia profondamente occidentale. Da Socrate in poi, la ricerca di sé nasce dall’esercizio del dubbio. Nolan aggiunge però un elemento ulteriore: tale ricerca non procede soltanto attraverso la verità, ma anche attraverso la finzione. L’immaginazione, il racconto, il travestimento e perfino la menzogna possono diventare strumenti della libertà, perché l’essere umano non vive soltanto di ciò che è, ma anche di ciò che può ancora diventare.
Il viaggio assume così un significato che supera il ritorno a Itaca. L’approdo non coincide mai con la conclusione del cammino. Ogni conquista apre una domanda nuova; ogni certezza genera un’altra partenza. La libertà non consiste nell’arrivare, ma nel continuare a scegliere, senza alcuna garanzia.
Per questo Nolan sembra guardare oltre Omero, guarda all’Ulisse di Platone e si avvicina all’ultimo Ulisse di Dante, quello che riparte verso l’Occidente sconosciuto per seguire «virtute e canoscenza». L’Occidente nasce proprio da questa inquietudine: dalla convinzione che nessun destino possa esaurire il desiderio umano di conoscere, creare e superare i propri limiti.
Alla radice della nostra civiltà non c’è dunque soltanto il guerriero vittorioso o il navigatore instancabile. C’è un filosofo mendace: un uomo che riflette sulle proprie azioni, sfida il destino con l’intelligenza e preferisce il rischio della libertà alla sicurezza della necessità. È questa la più audace intuizione di Nolan: aver restituito a Ulisse non soltanto il volto dell’eroe, ma quello del primo grande pensatore dell’Occidente.
22 lug 2026 | 20:53