Abbiamo voluto la bicicletta Maldini — noi i primi a reclamarla — e adesso è un po’ presto per lamentarsi del ritmo al quale Maldini ci costringe a pedalare, delle strade sulle quali ci porta, dei compagni di viaggio che impone. Nella gran canea esplosa sul nome di Andrea Pirlo come ct esistono dei dati oggettivi — il legame col portale di scommesse russo non può durare un minuto di più, ed è da vedere se basti — e una quantità di opinioni, per definizione legittime ma a ciascuno il suo.
Sarebbe preoccupante se Maldini cambiasse la sua scelta perché ne è spaventato. Sarebbe preoccupante se Malagò ne forzasse il dietrofront. La cosa migliore di quanto è successo al calcio italiano nel dopo-Bosnia è stato il suo ritorno in mani forti, perché Malagò ha una storia dirigenziale che parla per lui e Maldini e Leonardo sono uomini liberi. Noi per primi, e lo abbiamo scritto, ci sentiremmo più sicuri con la nomina a ct di Antonio Conte. Ma non ha senso approvare l’elezione di Malagò e applaudire la sua prima mossa, l’ingaggio non semplice di Maldini, per poi cambiare sponda se il ct non ci convince. O magari pensare che Pirlo venga chiamato in quanto amico. Dimostreremmo ben poca fiducia in Maldini, del quale abbiamo anche apprezzato il tentativo con Guardiola.
Ingenuo forse, ma ambizioso. Il ruolo di direttore tecnico e la figura chiamata a ricoprirlo sono il vero messaggio di questo cambio di stagione. Paolo Maldini è il tanto invocato «uomo di campo» che ha dimostrato la sua bravura anche dietro una scrivania: con i mezzi limitati del Milan moderno ha vinto uno scudetto ed è arrivato a una semifinale di Champions. Non le ha indovinate tutte — non ci riesce nessuno — e quindi è facile trovare nel suo passato la scelta sbagliata alla quale aggrapparsi per dichiararne la fallibilità: ma questo è un gioco al massacro che riguarda tutti, e che ci ha portato in questa situazione. Perché il primo punto sul quale dobbiamo metterci d’accordo — e se non ci riusciamo è un problema — è che siamo sepolti sotto tre metri di melma, la Nazionale che non va al Mondiale dal 2014, i club che non vincono la Champions dal 2010 e nell’ultima stagione di coppe hanno ottenuto risultati penosi.
Ora è del tutto evidente che la riscossa deve avvenire su un doppio binario. Il primo riguarda la profondità di cui parla Maldini, gli 8-10 anni per riavviare un sistema virtuoso che incentivi i club a crescere meglio e utilizzare di più i giovani italiani, e a quel punto li produca in serie: Urbano Cairo ha usato una formula citata spesso in politica, «i primi 100 giorni», che sono quelli in cui un nuovo governo, nella cosiddetta luna di miele con l’elettorato che segue un turno di voto, può permettersi di spingere sull’acceleratore con provvedimenti anche arditi. Malagò e Maldini non godranno di lune di miele, questo si è già capito, ma è da qui all’autunno che dovranno imporre la loro visione in termini di norme che facilitino il riavvio del sistema.
Un suggerimento: esistono dirigenti di club preparati e sensibili al tema vivai, di recente ci è capitato di parlarne a fondo con Paratici e Baldissoni, e non sono i soli. Un ufficiale di collegamento di questo livello fra Federazione e Lega sarebbe utile. Il secondo binario riguarda i risultati immediati. Non è vero che l’Italia abbia solo giocatori scarsi, per questo la sconfitta in Bosnia è stata imperdonabile. La pattuglia della Premier composta da Donnarumma, Palestra, Calafiori e Tonali, più Esposito che in prospettiva 2030 — l’ovvio obiettivo, e non solo per partecipare — andrebbe fatto titolare subito, costituiscono una buona base di partenza. Conte spingerebbe di più sui giocatori già pronti, Pirlo farà bene a trovare un mix. Mancini no, e non perché non sia un bravo allenatore: ma il modo in cui abbandonò l’Italia tre anni fa — nostra opinione — non contempla la possibilità di un ritorno. Certe scelte sono per sempre.
26 lug 2026 | 07:09