«I prezzi del petrolio e dei carburanti sono alti, ma non quanto si prevedeva a fine febbraio, all’inizio del blocco dello stretto di Hormuz, e poi a ogni escalation del conflitto fra Stati Uniti e Iran», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.
Come si spiega questa relativa calma?
«C’è una lista di motivi fattuali: la Cina ha tagliato le importazioni, alcuni Paesi asiatici hanno ridotto i consumi, gli Usa hanno alzato la produzione, i Paesi hanno rilasciato le scorte, è emerso il mercato nero del greggio russo e iraniano. La spiegazione principale è però emotiva».
Cioè?
«Il prezzo lo fanno i mercati che, a differenza delle crisi petrolifere degli anni ’70, non sono andati nel panico. Anzi, non vogliono credere che questo blocco di Hormuz durerà e che, quindi, vi sarà una carenza di greggio e carburanti. È incredibile, ma la finanza sta speculando al ribasso».
Sbaglia?
«L’Economist ha detto che sono stupidi, io penso siano troppo ottimisti. Negli anni ’70 e ’90 gli Stati Uniti erano dipendenti dalle importazioni di petrolio e, perciò, i presidenti americani agivano con cautela in Medio Oriente. Adesso il quadro è completamente cambiato».
Perché?
«Grazie al fracking gli Stati Uniti sono diventati esportatori di greggio e gas e hanno un approccio molto più disinvolto: non sono quindi sicuro che uno choc energetico porterebbe a una rapida conclusione della guerra con l’Iran. Detto questo, i mercati hanno sempre ragione: noi esperti diamo opinioni, loro investono miliardi».
Cosa potrebbe far venir meno l’ottimismo? Il blocco anche dello stretto di Bab el-Mandeb?
«Sarebbe di sicuro un duro colpo perché eliminerebbe un’importante rotta alternativa a Hormuz per il petrolio saudita. Alla luce del ruolo che la finanza sta avendo nel mantenere bassi i prezzi, però, sono più preoccupato che una caduta delle Borse – anch’esse sinora anestetizzate dall’euforia da Ai – possa a cascata indurre nel panico anche i mercati energetici».
Come si sta comportando l’Europa in questa crisi?
«Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, la crisi del gas russo del 2022 ci ha temprato e questa non ha colto i governi impreparati: la reazione dell’Ue e dei Paesi nel cercare forniture alternative è stata pronta. D’altro lato, va detto che non abbiamo fatto appieno tesoro dell’esperienza».
Che intende?
«L’Europa è ancora dipendente dalle importazioni per il 55% dei suoi consumi energetici, più o meno lo stesso livello degli anni ’70. Le forniture di gas e greggio dagli Stati Uniti ci hanno consentito di attutire l’urto ma ricordo che Richard Nixon ha imposto un embargo all’export di petrolio nel 1973».
L’Europa punta perciò sulle rinnovabili per esser più autonoma…
«I piani europei, l’ultimo presentato venerdì scorso, continuano a parlare di elettrificazione e guardano all’orizzonte del 2050. Più che una fuga in avanti, mi sembrano una fuga dalla realtà. Oggi nel mondo ci sono 1,4 miliardi di auto e solo il 2% oggi è elettrico: in Italia sono 400 mila su 40 milioni di vetture circolanti».
A questo proposito, cosa ne pensa delle accise mobili?
«Capisco l’intento di ridurre i prezzi dei carburanti, ma si darebbe il segnale sbagliato. L’aumento dei prezzi è una spia proprio del rischio di una carenza e dovrebbe spingere a ridurre i consumi, evitando spostamenti superflui. Del resto, è stato il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Faith Birol, il primo a parlare di razionamento. E l’Aie è nata nel 1974 proprio per rispondere alla prima crisi petrolifera».
24 lug 2026 | 21:17