Nel giugno dell’anno scorso, in quei giorni velenosi segnati dalla debacle nella finale di Champions e dall’addio di Simone Inzaghi, la struttura dirigenziale dell’Inter andò subito su Cristian Chivu come nuovo allenatore. Marotta e Ausilio lo conoscevano bene, ciò che aveva fatto con la Primavera era stato apprezzato, la scelta era stata rapida. Però il management può andare con un nome secco da un singolo proprietario, non da un fondo: quello di regola pretende una rosa di candidati, e a volte ne suggerisce uno. Oaktree propose di sentire Fabregas — già glamour allora visto che aveva salvato il Como in carrozza, 18 punti all’andata e 31 al ritorno, i numeri di chi impara in fretta — e Ausilio partì allora per Londra. La sua conoscenza di Cesc veniva da lontano, e proprio per questo sapeva che le chance di convincerlo erano minime: infatti il loro colloquio, per quanto molto amichevole, volse subito al negativo.
Non è soltanto che il tecnico catalano aveva sposato il progetto comasco, come pomposamente si dice. Fabregas ha un piano preciso in mente per la propria carriera, e in questa fase per svilupparlo non c’è situazione paragonabile al Como, dove ha i mezzi per prendere il meglio e il tempo per lavorarlo come dice lui. Per Ausilio non fu una sorpresa. Cesc ha sempre avuto un piano, anche a 16 anni quando scelse l’Arsenal per il proprio futuro dopo aver vinto da capitano il titolo cadetti col Barcellona di Tito Vilanova giostrando davanti a Gerard Piqué e dietro Leo Messi. Quando si dice un buon tronco di squadra. Siccome sia lui che Piqué sono di ottima famiglia, l’esperienza inglese venne considerata alla stregua di un master alla London School of Economics: Gerard andò al Manchester United e lui appunto all’Arsenal.
Pierluigi Casiraghi (omonimo), grande talent scout che tanto portò all’Inter in quegli anni, se ne invaghì al Mondiale Under 17 in Finlandia, e sul suo input Ausilio — all’epoca responsabile delle giovanili nerazzurre assieme a Beppe Baresi — provò a parlare con Darren Dein, agente di Cesc allora come oggi. Ma essendo Darren il figlio di David, uomo forte dell’Arsenal e della Football Association, la corsa era segnata in partenza. Che quella tra Fabregas e l’Inter sia una sorta di attrazione fatale, però, è dimostrato da un altro particolare: una volta firmato per l’Arsenal, la sera stessa Cesc viene portato per la prima volta in tribuna ad Highbury per fargli assaggiare l’ambiente. È il 17 settembre, primo turno di Champions, e lo storico e meraviglioso stadio di mattoni rossi, ormai prossimo alla liquidazione, viene gelato dall’Inter: 0-3 con gol di Cruz, Van der Meyde (ricorderete il gesto dell’arciere) e Martins. È un crac che accelera l’inserimento di Cesc in prima squadra, visto che debutta soltanto un mese dopo. L’avevano preso per l’academy.
In questi due anni di decollo verticale del Como, l’Inter è l’unica squadra ad averne regolarmente respinto le ambizioni: cinque vittorie e un pareggio in sei gare (c’è anche una semifinale di Coppa Italia), due volte il Como s’è preso due gol di vantaggio e due volte l’Inter l’ha rimontato e scavalcato.
Succederà anche domani? Il quesito non ha risposta perché l’Inter gioca da anni per ribadire sé stessa, ovvero la sua miglior versione come dice Chivu, mentre il Como è un organismo in continua crescita: sono due concetti opposti, uno statico (e granitico), l’altro dinamico (ma non per questo volubile). È chiaro che l’1-9 di Lens abbia segnato il passaggio del Como a un livello superiore, e il veleno delle aspettative — che ogni allenatore minimizza, da Chivu che si chiede perché solo l’Inter sia obbligata al successo a Gattuso che conciona di quota salvezza, allo stesso Cesc che non vuol sentir parlare di obiettivi concreti — sia entrato ormai in circolo. Bene. Non si può pretendere di salire all’infinito senza avere mai a che fare con la pressione.
Quando divenne allenatore della Primavera del Como, Fabregas chiese alle sue conoscenze nerazzurre di passare un giorno alla Pinetina, e lo occupò ad assimilare ogni più piccolo dettaglio organizzativo nella cura delle giovanili. La prima volta che perse a San Siro da Simone Inzaghi, due anni fa, lo bloccò per mezz’ora negli spogliatoi facendosi spiegare come l’aveva battuto (e Simone fu generoso e disponibile). Cesc è diverso perché ha la grande umiltà di chiedere e quel filo di arroganza per non deflettere dal percorso che si è disegnato. Nel 2006 Fabio Capello, alla seconda esperienza al Real Madrid, chiese a Franco Baldini di portarglielo: lunghi e cortesi colloqui, ma smuoverlo dall’Arsenal fu impossibile, perché dal Real non sarebbe potuto tornare al Barcellona come in fondo desiderava. Cesc impara. Filtra alla luce della sua filosofia. Mette in pratica. E se sbaglia, lo fa una volta. Solo Guardiola, prima di lui.
7 nov 2026 | 07:27