Economia

Più inflazione e deficit e meno crescita economica: come stanno gli Stati Uniti

Più inflazione e deficit e meno crescita economica: come stanno gli Stati Uniti

Qual è lo stato dell’economia americana e in che misura è responsabile dello tsunami blu che ha colpito Trump e l’intero Partito repubblicano? È un noto cliché che le elezioni negli Usa si vincano o perdano a seconda di come va l’economia (è l’it’s the economy, stupid, di clintoniana memoria). Ma è così anche questa volta? Per rispondere facciamo un check up dell’economia Usa. Parto però da quello che Trump aveva promesso sarebbe stato raggiunto attraverso quel radicale cambiamento della strategia economica che riteneva necessario per rendere l’America di nuovo grande.

Questa strategia aveva tra i suoi punti chiave il rilancio del settore manifatturiero il cui peso si era ridotto progressivamente, soprattutto dall’inizio di questo secolo, sia in termini di valore aggiunto che di occupazione, scesa da oltre 17 milioni di persone nel 2000 a 12 milioni nel 2012.

Gli Stati Uniti non erano più la fabbrica del pianeta, compreso in settori considerati critici come acciaio, automobili e semiconduttori. Il centro del mondo si era spostato in Cina: per fare un esempio, per la maggior parte del XX secolo gli Usa erano stati il principale produttore di acciaio e di alluminio del pianeta. Oggi Pechino produce tredici volte più acciaio e venti volte più alluminio di Washington. In corrispondenza del rilancio del suo settore manifatturiero, si sarebbe ridotta la dipendenza americana dal resto del mondo, evidenziata dal persistente e ampio squilibrio tra importazioni ed esportazioni.

Le promesse
Quattro strumenti sarebbero stati usati per ottenere questi risultati: i dazi da portare a livelli mai visti da quasi un secolo; l’aumento della produzione domestica di energia, necessaria anche per soddisfare le esigenze del settore High Tech, mantenendone il basso costo e preservando l’indipendenza energetica; il ridimensionamento del settore pubblico, con meno tasse e spese per aumentare gli incentivi a investire e a lavorare; e il blocco dei migranti per preservare l’americanità della forza lavoro, proteggendola dalla concorrenza esterna. Tutto ciò avrebbe portato a una maggiore crescita economica e a una ripresa del reddito dei lavoratori americani, quelli la cui crisi era stata cantata nella Hillbilly Elegy (Elegia americana) di J.D. Vance. Sarebbe iniziata una nuova età dell’oro.

I risultati
Questo era il sogno. Cosa è accaduto nella realtà? La strategia è stata implementata con indubbia energia: il livello medio dei dazi è stato portato dal 2%-3% al 13,5%; anche tenendo conto di concessioni varie a diversi partner commerciali il dazio medio effettivo è intorno all’8%; l’immigrazione irregolare è stata praticamente azzerata; e i vincoli alla produzione di energia fossile sono stati rimossi. Solo nel bilancio federale l’azione è stata limitata: un po’ di risparmi di spesa sono stati realizzati e il Big Beautiful Bill del 2025 ha confermato i tagli di tasse introdotti durante la prima presidenza Trump e che sarebbero altrimenti scaduti.

Ma il ridimensionamento del settore pubblico e dei suoi occupati è stato modesto (ricorderete le dimissioni di Musk). Come ha reagito l’economia a questa cura? Nel complesso i risultati sono stati deludenti rispetto alle promesse. Nessun collasso economico, ma nessun miglioramento sui vari fronti aperti. Nel triennio 2022-24 il Pil reale era cresciuto a un tasso medio del 2,75%. Nel 2025-26, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) si è scesi al 2,25%. Sul fronte esterno, la guerra dei dazi non sembra aver dato nessun risultato utile: il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è rimasto praticamente invariato tra il 2024 (4,0% del Pil) e 2026 (3,9%, sempre secondo il FMI). E i dazi sono stati pagati prevalentemente dalle imprese importatrici americane.

Si è ampliato invece il deficit pubblico che il Fmi prevede all’8,5% del Pil nel 2026 per le pubbliche amministrazioni (bilancio federale, e deficit di stati e enti locali), peggio del pur elevatissimo 7,9% ereditato da Biden e con un rapporto tra debito pubblico e Pil previsto salire dal 124% del Pil nel 2025 al 145% nel 2031. Forse l’elettore americano non è così attento ai rapporti col Pil, ma si accorge invece bene degli alti tassi di interesse gravati dal peso del debito pubblico. Nonostante i toni ottimisti dell’American Manufacturing Renaissance Report diffuso dall’amministrazione Trump, l’occupazione nel settore manifatturiero è scesa nel 2025 e, nonostante il recupero durante il 2026, a settembre 2026 era ancora sotto il livello di fine 2024 (12 milioni e 652 mila occupati, contro 12 milioni e 697 mila occupati). In generale, l’economia Usa ha creato pochi posti di lavoro nel 2025-26: in media 35 mila al mese fino a settembre, contro 165 mila nel 2023-24, esclusa l’agricoltura.

I redditi dei lavoratori
Visto che il Pil è però cresciuto a un tasso abbastanza vivace, il basso aumento dell’occupazione è stato accompagnato da una buona performance della produttività oraria, con tassi di crescita oscillanti tra il 2% e il 3%, grazie anche al buon andamento degli investimenti delle imprese. Nel complesso però l’aumento della produttività ha beneficiato più i profitti delle imprese piuttosto che i redditi dei lavoratori. La distribuzione del reddito si è spostata ulteriormente a sfavore di questi ultimi. La quota del reddito che va al lavoro, che era scesa dal 63% del 2000 al 57% nel 2012 e che era ancora al 54,8% nell’ultimo trimestre della presidenza Biden, ha raggiunto un minimo storico del 52,8% nel secondo trimestre di quest’anno. Gli hillbillies americani non possono esserne stati felici.

L’aumento dei prezzi
E qui si arriva al tema critico dell’affordability, l’aumento del costo della vita. Il tema dell’inflazione era stato al centro della campagna presidenziale di Trump. Per esempio, in un comizio del 19 agosto 2024 Trump dichiarò, riferendosi al duo Biden-Harris che: «La loro economia è un disastro. E l’inflazione si sta divorando vivi tutti, e lo fa ormai da tre anni». Se era così con Biden le cose non sono certo migliorate con Trump. Nel 2023-24 i prezzi al consumo avevano viaggiato, in media al 3% l’anno. L’ultimo dato sull’inflazione disponibile al momento delle elezioni di Midterm, quello di settembre, era al 3,7%. A inizio anno, prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, l’inflazione era scesa al 2,4%.

E qui si arriva al punto cruciale: il consumatore americano si chiede perché mai debba pagare di più il carrello della spesa e il carburante alla pompa a causa di una guerra a settemila miglia di distanza, che, fra l’altro, non sembra andare da nessuna parte. Quasi due terzi degli americani ritengono che l’aumento dei prezzi sia stato colpa di Trump. E non c’era mai stato un giorno di midterm elections con un prezzo della benzina di 4,15 dollari al gallone (per non parlare del diesel al 6,3 dollari). Aggiungete i tassi di interesse elevati, che rendono più costoso il credito al consumo e appesantiscono la rata del mutuo e capite perché, anche se l’economia cresce a tassi buoni, l’elettore medio americano si ponga la domanda: ma è davvero questa l’età dell’oro che era stata promessa?

Il fattore tempo
È stato questo allora il problema. Promettere cose incredibili in campagna elettorale può funzionare, ma se poi i risultati sono modesti e certo inferiori alle aspettative che si erano create, negare la realtà diventa controproducente, compreso il paradossale «In realtà ho mantenuto molte più promesse di quante ne abbia fatte» del discorso tenuto da Trump il giorno prima delle elezioni. Ci sono ancora più di due anni prima della fine del secondo mandato di Trump. È ancora possibile che le cose migliorino. La crescita economica nel terzo trimestre del 2026 è stata forte (al 3,4% annualizzato), spinta non solo dagli investimenti per data center ma anche da un robusto andamento dei consumi (3,8% annualizzato). E se Trump portasse finalmente a conclusione la guerra in Iran e i prezzi della benzina scendessero, forse la percezione dei votanti potrebbe cambiare. In fondo anche a Reagan servì un paio d’anni prima di raggiungere risultati tangibili…

8 nov 2026 | 07:18

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