«Due fotografie spiegano meglio di mille analisi l’esito di queste elezioni», dice Angelo Moratti, che nelle ultime ore ha avuto modo di discutere della schiacciante vittoria dei democratici alle midterm con il gotha dell’imprenditoria, della finanza e della politica americane. «Nella prima si vedono Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Elon Musk e gli altri titani tecnologici seduti a cena alla Casa Bianca che promettono a Donald Trump investimenti per centinaia di miliardi – descrive – nella seconda compare un agricoltore che deve pagare il doppio per fare il pieno di diesel al suo trattore e il figlio che deve indebitarsi per andare all’università senza sapere se il lavoro per cui si sta preparando esisterà ancora o sarà sostituito dall’intelligenza artificiale».
Cosa emerge dal confronto?
«Che Trump ha perso il contatto con la sua base elettorale. Ricordo che l’ondata Maga è figlia di due movimenti, il Tea Party e Occupy Wall Street. Entrambi sono nati all’indomani della crisi finanziaria per protestare contro un sistema che, dopo esser stato salvato nel 2008 dallo Stato con trilioni di risorse pubbliche, ha osato l’anno successivo pagare bonus superiori al milione a oltre 5.000 operatori finanziari. Questa protesta ha trovato in Trump un leader».
Quale era l’aspettativa?
«Trump si è presentato come il difensore del ceto medio e della working class impoverita. Invece, una volta eletto presidente, ha fatto di tutto per arricchirsi personalmente e favorito con le sue politiche proprio quei signori della finanza e della tecnologia all’origine del malcontento popolare».
L’economia Usa è però forte e Wall Street è salita molto: non basta?
«I dati medi nascondono una forte polarizzazione. Il 30% degli investimenti dell’S&P 500 (l’indice principale di Wall Street, ndr) è sostenuto da quattro aziende: Amazon, Google, Microsoft e Meta. Il resto dell’economia reale, quella che crea posti di lavoro e distribuisce ricchezza, è ferma; mentre pochi si stanno arricchendo enormemente grazie all’euforia da AI che, a mio parere, ha gonfiato una bolla. Da questa sperequazione sta scaturendo un cambiamento culturale epocale».
Che intende?
«L’americano medio ha sempre avuto il mito dell’imprenditore partito dal garage per costruire un’azienda di successo mondiale. Negli ultimi tre anni, invece, la Silicon Valley ha dato l’impressione di colludere con il potere politico per ottenere vantaggi negli appalti, nella regolamentazione dei data center e dell’AI. Improvvisamente, così, il self-made man è diventato molto impopolare, è diventato quasi il totem da abbattere. E le urne lo hanno dimostrato con forza».
Come?
«Nonostante i titani tecnologici abbiano speso oltre 600 milioni per sostenerli, i candidati repubblicani hanno perso dappertutto, persino in Texas. A Musk, Ellison e Zuckerberg non è bastato controllare vecchi e nuovi media per orientare il voto».
Dobbiamo quindi aspettarci misure redistributive?
«Le tecnologie come l’AI e la robotica hanno un impatto talmente dirompente sui mezzi di produzione che il modello capitalistico dovrà necessariamente cambiare per sopravvivere».
Si aspetta quindi regole più severe, per esempio, sui data center?
«Sicuramente i data center sono un simbolo che può catalizzare nuovi movimenti di protesta. Credo però che i democratici abbiano imparato la lezione del woke e saranno molto più pragmatici d’ora in avanti. Tornando al mantra di Clinton: It’s the economy stupid, è sull’economia che si vincono e si perdono le elezioni. D’altronde, penso che un aumento della regolamentazione potrebbe avere anche un effetto benefico: frenare la corsa al debito delle aziende AI, riducendo il rischio di uno scoppio della bolla».
E se invece dovesse esplodere?
«Inizierà un rimpallo di responsabilità fra governo repubblicano e Congresso democratico. Di solito, gli elettori danno la colpa delle crisi all’amministrazione e non al Parlamento».
Pensa che Trump interverrà a salvare le big tech in caso di difficoltà come ha fatto Bush con le banche nel 2008?
«Non credo ci sia lo spazio fiscale: il debito americano è talmente alto e costoso che sarà dura trovare le risorse per salvare aziende così grandi. Non esiste più il concetto di too big to fail».