Per dare l’idea dell’enormità della disfatta della Silicon Valley alle recenti elezioni americane bisogna partire da Harwood, in North Dakota. È un piccolo sobborgo di meno di mille abitanti che fa parte dell’area metropolitana di Fargo (sì, la città che dà il nome a uno dei film più famosi dei fratelli Coen, quello che finisce con la famosa battuta: «E per cosa? Per un po’ di soldi... C’è molto di più nella vita che un po’ di soldi, non lo sai?». A proposito di soldi…).
Insomma Harwood è l’unico, minuscolo luogo in America in cui un referendum sui data center il 3 novembre scorso non ha visto la vittoria di quelli che vogliono fermarli. Parafrasando un celebre romanzo si potrebbe dire che Elon Musk e i suoi compari si sono fermati ad Harwood. Ma perché è successo? E che lezione dovremmo trarne in Europa e in Italia?
Partiamo da quello che appare in superficie: odiamo i data center. Ma abbiamo davvero capito che cosa sono? Probabilmente no e ci sta. Continuiamo a chiamare nello stesso modo cose che sono molto diverse fra loro. Sono i data center che fanno funzionare buona parte di Internet e quindi i nostri computer e i nostri telefonini pieni di app; ma anche la rete elettrica, i servizi bancari, i trasporti ferroviari e aerei, molti servizi legati alla sanità e alla ricerca scientifica, fino alle previsioni del tempo. Dire: «Sono contro i data center» equivale a dire «era meglio quando stavamo nelle caverne». Non lo pensa davvero nessuno. Qualcosa però è cambiato con l’intelligenza artificiale generativa che richiede ulteriori data center per addestrare i suoi modelli e per far generare ai modelli le risposte ai nostri “prompt”.
Il problema è che questo tipo di data center richiede macchine molto più potenti di quelle usate fin qui: richiedono più spazio, consumano più energia elettrica e richiedono più acqua per il raffreddamento dei computer. L’impatto di questi “AI data center” è notevole da tutti i punti di vista: sono enormi, consumano l’acqua di intere comunità e fanno lievitare le bollette elettriche di chi abita nella zona. In cambio di cosa? Posti di lavoro? Pochissimi. Per costruire un data center servono migliaia di operai specializzati; per farlo funzionare bastano un centinaio di addetti a voler essere ottimisti. E tutto ciò mentre le aziende che sviluppano intelligenza artificiale diventano sempre più ricche.
Insomma nel no ai data center dell’intelligenza artificiale si sommano risposte locali («non li vogliamo nel nostro territorio») a una generale ostilità dell’opinione pubblica di entrambi i partiti verso lo strapotere — e la ricchezza infinita — dei leader della Silicon Valley. Ora il problema passa a noi: che cosa dovremmo fare? Fermare i data center europei? Fermare i progetti italiani? Ci conviene? Vediamo.
In Europa nel 2027 inizia finalmente la costruzione di sette gigafactories per addestrare modelli di intelligenza artificiale (parliamo di data center molto grandi). Passa da qui la nostra speranza di ridurre la dipendenza dalle Big Tech americane. L’Italia presenterà la sua candidatura entro il 3 dicembre. Oltre a ciò entro il 2028 sono previsti investimenti per 25 miliardi di euro per realizzare una ottantina di nuove infrastrutture in diverse regioni. Ma assieme ai progetti avanzano anche le proteste locali legate al consumo di acqua ed energia elettrica, oltre che del suolo.
Che fare? Farli e farli bene. Non fare come Google che in Finlandia ha raso al suolo una foresta di trecentotrenta ettari per farsi un data center (bloccato); ma fare impianti che rispettino il territorio, alimentati a energia rinnovabile e con un utilizzo di acqua a ciclo continuo. Senza sprechi. E poi farli restituendo qualcosa ai territori che li ospitano. Soldi. Perché l’innovazione o fa bene a tutti o non è.
7 nov 2026 | 07:14