Cultura

Anche i silenzi scrivono la storia. Le opere di Ahmet Güneştekin contro la censura

Anche i silenzi scrivono la storia. Le opere di Ahmet Güneştekin contro la censura

Ho attraversato tantissimi villaggi dell’Anatolia. Ho ascoltato le storie delle persone. Oggi, ripensando a quegli anni, mi rendo conto che a colpirmi maggiormente non sono state tanto le storie raccontate, quanto quelle rimaste inespresse. Alcuni tacevano per paura. Altri, dopo essere stati costretti al silenzio per anni, non riuscivano più a trovare le parole. Certe storie, invece, scomparivano insieme alle ultime persone ancora in grado di raccontarle. Durante quei viaggi ho compreso una cosa: gli esseri umani trasmettono alle generazioni successive non soltanto ciò che hanno vissuto, ma anche ciò che hanno taciuto.

Una storia che una persona non ha potuto raccontare diventa, con il tempo, un vuoto nella memoria di una famiglia, di un villaggio, talvolta di un’intera società. Anni dopo, possiamo persino dimenticare perché quel vuoto si sia formato. Rimane soltanto un passato incompleto. In qualunque parte del mondo, la storia di una persona messa a tacere porta con sé una perdita simile. Cambiano le lingue, le geografie, le credenze, ma non cambia la traccia che il silenzio lascia nella memoria umana. È per questo che, quando penso alla libertà di stampa, mi vengono in mente prima di tutto quelle persone, non i giornali. Perché il giornalismo è una delle attività più importanti per impedire che ciò che una società vive oggi diventi, domani, una storia che nessuno potrà più raccontare.

Per circa un quarto di secolo ho cercato le tracce del passato nelle città, nei villaggi e nei piccoli centri dell’Anatolia e della Mesopotamia. I silenzi incontrati nelle case abbandonate, nelle lingue dimenticate e nei racconti tramandati di generazione in generazione mi hanno insegnato qualcosa di essenziale: la storia non è plasmata soltanto da ciò che è accaduto, ma anche da ciò che non è stato permesso raccontare. Da anni porto le tracce di questi incontri nelle mie opere. E oggi, osservando le difficoltà che il giornalismo deve affrontare, torno a ricordare quegli stessi silenzi. Si può chiudere un giornale, limitare la libertà di movimento di un giornalista, impedire l’accesso a una notizia. Si può ritardare l’emergere della verità.

A volte, proprio a causa di quel ritardo, i testimoni muoiono, i documenti scompaiono e diventa impossibile chiedere conto di quanto è accaduto. Per questo non considero la libertà di stampa una questione che riguarda soltanto i giornalisti. Riguarda direttamente la possibilità di una società di conoscere il proprio passato e il proprio presente. In diversi Paesi del mondo, il giornalismo è sottoposto alle pressioni del potere politico, degli interessi economici e della polarizzazione sociale.

Anche nelle democrazie dotate di istituzioni solide, l’indipendenza della stampa è oggetto di discussione. Il compito di un giornalista non è sostenere il potere né opporvisi per principio. È indagare sulle sue azioni, porre domande e informare l’opinione pubblica. Ma l’indipendenza del giornalismo non è minacciata soltanto dalle pressioni politiche. Anche la struttura economica dei mezzi di informazione è una parte importante del problema. Perché si acquista un organo di informazione? Per fare giornalismo oppure per favorire investimenti in altri settori e acquisire influenza su chi prende le decisioni politiche?

Naturalmente non si può attribuire una simile intenzione a ogni investimento nel settore dei media. Ma quando la proprietà di un mezzo di informazione diventa uno strumento al servizio di altri interessi economici e politici, l’indipendenza giornalistica ne risente. Talvolta il vero valore di un giornale non si trova nel suo bilancio, ma nell’influenza che garantisce al proprietario. In un contesto simile, può non essere nemmeno necessaria una decisione esplicita di censura. Un’inchiesta viene rinviata, una notizia importante non viene pubblicata. Con il tempo, il giornalista impara quali domande potrebbero infastidire il proprietario e quali notizie potrebbero disturbare determinati ambienti politici.

George Orwell, nel saggio La prevenzione della letteratura, pubblicato nel 1946, rifletteva sulle pressioni che minacciano la libertà di pensiero, richiamando l’attenzione anche sull’autocensura. Sono passati ottant’anni. Eppure, ancora oggi, il fatto che un giornalista sappia spontaneamente quali notizie non può scrivere dovrebbe indurci a una seria riflessione. L’Italia non è estranea a queste discussioni. Non intendo equiparare le condizioni della Turchia a quelle dell’Italia. I sistemi giuridici, le istituzioni democratiche e i rischi affrontati dai giornalisti sono differenti. Tuttavia, non possiamo considerare la libertà di stampa una conquista garantita una volta per tutte in nessun Paese.

La capacità di un Paese di tollerare le critiche dice molto sulla qualità delle sue istituzioni democratiche. La storia europea offre esempi importanti. Nel 1898 Émile Zola denunciò una grave ingiustizia con la sua lettera aperta J’accuse…!, scritta in relazione all’affare Dreyfus in Francia. Per ciò che aveva scritto fu processato e condannato. La posizione di Zola aprì anche una riflessione sulla responsabilità di uno scrittore di fronte ai problemi della società in cui vive. Nonostante il tempo trascorso, quella riflessione conserva tutta la sua attualità. 

Anche oggi, talvolta, invece di verificare la veridicità delle informazioni portate alla luce da un giornalista, ci si domanda perché abbia deciso di pubblicarle. Gli sviluppi degli ultimi tempi in Turchia sono, sotto questo aspetto, preoccupanti. I procedimenti giudiziari contro i giornalisti, gli arresti, le misure di controllo giudiziario, le sanzioni contro le organizzazioni mediatiche e i blocchi all’accesso ai contenuti sollevano interrogativi seri sui limiti imposti alla libertà di stampa.

Il 14 ottobre 2026, Halk TV, uno dei principali canali televisivi d’informazione della Turchia, è stato posto sotto amministrazione giudiziaria e la sua normale programmazione è stata interrotta. L’intervento è avvenuto nell’ambito di un’indagine giudiziaria riguardante il proprietario del canale, Cafer Mahiroğlu. Spetta alla magistratura valutare le accuse. Tuttavia, un’indagine nei confronti del proprietario di un organo di informazione dovrebbe essere considerata separatamente dall’attività dei giornalisti che vi lavorano e dal diritto della società a essere informata.

L’interruzione delle trasmissioni di un canale d’informazione non riguarda soltanto i suoi proprietari o dirigenti. Riguarda anche le persone che, davanti allo schermo, attendono di conoscere le notizie. Alla fine di settembre, inoltre, è stato disposto il blocco dell’accesso al sito internet e all’account X di T24, una delle principali piattaforme digitali indipendenti d’informazione della Turchia. Attiva dal 2009, T24 riunisce autori provenienti da ambienti politici e culturali differenti. Rappresenta inoltre una fonte importante per giornalisti e ricercatori internazionali che seguono gli sviluppi della Turchia.

Tra i 118 contenuti citati a fondamento del provvedimento del 29 settembre figuravano anche articoli riguardanti l’identità e i diritti delle persone LGBT+. Nella decisione del tribunale si sosteneva che tali contenuti fossero diretti a indebolire la struttura della famiglia turca. T24 ha contestato la sproporzione del provvedimento, presentando ricorso alla Corte costituzionale. Nel ricorso ha sottolineato che sulla base 118 notizie censurate era stato impedito l’accesso a quattro milioni di contenuti. La distanza tra questi due numeri rivela uno degli aspetti più importanti su cui dovremmo riflettere. Parliamo di notizie, interviste, inchieste, articoli di opinione, fotografie e documenti raccolti nel corso degli anni. Impedire l’accesso all’intero archivio di un organo di informazione non significa colpire soltanto le notizie del presente, ma anche compromettere la possibilità di una società di conoscere il proprio passato recente.

L’archivio di un giornale non appartiene soltanto a quel giornale. Custodisce anche frammenti della memoria di un Paese. Anch’io scrivo per T24. Non osservo dunque questi sviluppi da lontano. Come artista e autore che cerca di far arrivare i propri scritti ai lettori, sono direttamente coinvolto in questa discussione. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è l’effetto che tutto questo può avere sui giornalisti che non hanno ancora subito alcun intervento diretto. Se un giornalista, prima di pubblicare una notizia, è costretto a pensare alla propria libertà, al futuro della testata per cui lavora o alle possibili conseguenze giudiziarie, il problema non riguarda più un singolo procedimento o un singolo organo di informazione.

La libertà di stampa comincia talvolta a essere compromessa ancora prima della chiusura di un giornale, nel momento in cui un giornalista rinuncia a porre una domanda. Fare giornalismo non è un reato. Informare, porre domande, controllare l’esercizio del potere pubblico e difendere il diritto della società a conoscere i fatti sono attività fondamentali della vita democratica. Naturalmente anche i giornalisti, come tutti i cittadini, sono responsabili davanti alla legge. Ma nei procedimenti legati all’attività giornalistica occorre valutare con particolare attenzione la necessità e la proporzionalità delle decisioni adottate, nonché le loro conseguenze sulla libertà di espressione. Del resto, non tutte le minacce a questa libertà provengono dagli Stati o dai proprietari dei mezzi di informazione. Anche l’intolleranza che si sviluppa all’interno delle società condiziona il giornalismo. Le persone tendono sempre più a seguire soltanto i giornalisti che condividono le loro idee. Guardano con sospetto una notizia corretta proveniente da un giornalista di orientamento opposto, mentre accettano facilmente informazioni false diffuse dal proprio ambiente politico.

Il nome di un giornale viene spesso considerato un segno di appartenenza politica ancora prima che se ne leggano gli articoli. Eppure, il valore del giornalismo non consiste nel confermare continuamente le convinzioni del lettore, ma nel metterlo, quando necessario, nella condizione di interrogarle. Il mio rapporto con la memoria affonda le radici nella terra della mia infanzia. Sono nato a Batman. Il fatto che la mia lingua madre, il curdo, sia stata in passato oggetto di divieti mi ha aiutato a comprendere quali tracce possa lasciare nelle persone la repressione di una lingua. In Anatolia e in Mesopotamia, molte storie escluse dalla storia scritta hanno continuato a vivere nei racconti tramandati oralmente di generazione in generazione. Guerre, esili, perdite, amori e vicende umane sono rimasti nella memoria anche quando non hanno trovato posto nei documenti ufficiali.

Il dolore vissuto in un villaggio veniva ricordato attraverso un canto di lutto intonato in un altro. Persone i cui nomi non comparivano in alcun documento continuavano a vivere nelle storie raccontate da altri. Ma non tutte le storie hanno avuto la stessa possibilità di sopravvivere. Ho incontrato alcuni dei loro ultimi testimoni. Ho ascoltato ciò che avevano da raccontare. E mi sono chiesto che cosa sarebbe scomparso insieme a loro quando non ci sarebbero stati più. È una delle questioni che da anni attraversano il mio lavoro artistico.

Quando ho creato Sarcofagi dell’alfabeto, un’opera che custodisce la memoria dei libri proibiti in Turchia e delle pressioni esercitate sul pensiero, riflettevo sul fatto che anche i libri, come gli esseri umani, possono essere messi a tacere, persino simbolicamente sepolti. La mia opera è stata pubblicata in precedenza su «la Lettura», il supplemento culturale e letterario del «Corriere della Sera». Una sua edizione fa oggi parte della collezione permanente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Oggi torno a confrontarmi con la stessa questione attraverso un’altra opera. «Anatomia della parola». Nella mia nuova installazione ho collocato libri e giornali tra due grandi masse rocciose. Le corde e le fasce che legano questi pesanti blocchi rendono visibile la pressione esercitata sui libri rimasti intrappolati tra di essi. I libri e i giornali si trovano tra le due rocce. Non sono ancora scomparsi. Per me è questo l’aspetto più importante dell’opera. Mentre la realizzavo, non pensavo soltanto alla censura. Pensavo alla notizia che un giornalista non ha potuto scrivere, al libro che non è stato pubblicato, alla domanda che non è stato possibile porre, alle persone che non hanno trovato il coraggio di parlare. Il peso delle rocce è visibile. Quello della pressione esercitata sul pensiero, invece, è difficile da misurare. Può manifestarsi attraverso un divieto, una minaccia oppure attraverso i limiti che una persona finisce per imporsi da sola. Si può comprimere un pensiero. Si può impedirne la circolazione, mettere a tacere chi lo esprime. Ma non si può sapere se quello stesso pensiero riemergerà in un’altra persona, in un altro momento.

Il significato che Sarcofagi dell’alfabeto, esposto a Roma, riveste per me va oltre la storia della Turchia. Anche la storia europea è segnata da libri proibiti, biblioteche incendiate, pensatori messi a tacere e scrittori costretti all’esilio. Hannah Arendt, riflettendo sul rapporto tra politica e verità, sottolineava l’importanza di preservare le verità di fatto per poter costruire un mondo comune. Le persone non sono obbligate a condividere le stesse idee o ad aderire alle medesime posizioni politiche. Ma se arriviamo al punto di non poterci accordare nemmeno sull’esistenza di fatti realmente accaduti, lo spazio comune in cui possiamo parlarci si restringe progressivamente. Per poter discutere del passato, dobbiamo innanzitutto avere accesso alle tracce di ciò che è avvenuto.

Oggi, quando guardo Sarcofagi dell’alfabeto e Anatomia della parola, penso tanto ai libri messi a tacere nel passato quanto alle notizie che non sono ancora state scritte. Quando un giornalista non riesce a completare un’inchiesta, quando un testimone rinuncia a parlare, quando una notizia non viene pubblicata, non possiamo sempre sapere che cosa abbiamo perso la possibilità di conoscere. È uno dei punti in cui il giornalismo e l’arte si avvicinano. Il giornalista indaga sui fatti, li documenta e li porta a conoscenza dell’opinione pubblica. L’artista, talvolta, cerca le tracce di ciò che non è stato possibile registrare. Il giornalista ha a disposizione documenti, testimoni e domande. Io ho colori, forme, porte, sarcofagi e le tracce lasciate dalla memoria. I nostri metodi sono differenti. Ma entrambi incontriamo storie umane che rischiano di essere dimenticate.

Esporre le mie opere in Italia mi ha permesso di vedere come la memoria della mia terra possa incontrare quella di altre società. A Roma e a Venezia ho osservato persone fermarsi davanti ai miei lavori e stabilire con essi un rapporto, pur senza condividere il passato che io ho vissuto. Non tutti vedono la stessa cosa davanti a un’opera d’arte. Io parto dalla mia memoria, lo spettatore dalla propria. A volte riesce a trovare nell’opera un significato al quale io stesso non avevo pensato. Non lo considero un limite. Al contrario, credo che sia uno degli aspetti più preziosi dell’arte. È importante che le persone possano parlarsi senza dover vedere le stesse cose o condividere le stesse idee.

Anche la libertà di stampa ha bisogno di un simile terreno sociale. Perché la libertà di espressione non può essere misurata soltanto dalla possibilità di esprimere opinioni con cui siamo d’accordo. Anche le idee che ci disturbano, che contestiamo o che consideriamo sbagliate devono poter essere espresse sotto la tutela della legge. Non possiamo misurare la forza di un Paese soltanto attraverso la sua dimensione economica, la sua influenza politica o la sua potenza militare. Dobbiamo anche osservare come reagisce alle critiche più dure rivolte contro di esso. Perché una società incapace di tollerare le critiche finisce, con il tempo, per perdere anche la possibilità di conoscere le proprie verità.

Come artista che da anni segue le tracce della memoria, ho visto storie messe a tacere tornare a essere raccontate molti anni dopo. Possono riemergere in un canto di lutto, in un libro, in un’opera d’arte. Ma non tutte. Alcune scompaiono per sempre insieme alle persone che avrebbero potuto raccontarle. Quando in un Paese i giornalisti vengono messi a tacere, non sono soltanto le notizie a venire meno. Si cancella anche una parte della memoria di quel Paese.

7 nov 2026 | 22:10

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