«Doveva essere una delle nuove vie di rifornimento energetico dirette in Europa per emanciparsi dal gas russo, ma alla fine Vladimir Putin potrebbe sbucare all’improvviso e mettere il suo marchio anche sul gasdotto africano Trans-Sahariano». A suonare l'allarme è, sul Foglio, Luca Gambardella, che avverte: «L’ingresso dei russi nel progetto del gasdotto è un’istantanea perfetta di come la presenza russa nel Sahel e in Africa si traduca in una manovra di accerchiamento nei confronti dell’Europa, alla disperata ricerca di fonti energetiche alternative a quelle messe a disposizione da Mosca».
Il Tsgp (Trans-Saharan Gas Pipeline) è un gasdotto in costruzione di 4.128 chilometri, che dovrebbe portare da 20 a 30 miliardi di metri cubi di gas l'anno dalla Nigeria, via Niger, all'Algeria e da lì verso Italia e Spagna, attraverso i già operanti Transmed (potenziato dopo la guerra in Ucraina) e Medgaz. L’investimento è compreso fra i 13 e i 20 miliardi di dollari e vede coinvolte al momento la compagnia di Stato algerina Sonatrach e la Nigerian National Petroleum Corporation di Abuja.
L'anello debole della catena è lo Stato più povero e instabile dei tre, ossia il Niger. Ed è proprio lì che potrebbe inserirsi Mosca. La giunta militare di Niamey, retta dal generale Abdourahamane Tchiani, dopo la cacciata del contingente francese è, infatti, alleata dei russi, che sostengono la guerra ai terroristi di al Qaida e a quelli affiliati allo Stato islamico schierando i mercenari degli Africa Corps (l'ex Wagner).
Un primo segnale che, da quelle parti, qualcosa stava cambiando, era arrivato il 26 ottobre, quando, su richiesta del Niger, il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune aveva deciso, per la prima volta dal 1973, di inviare militari fuori dai confini del Paese per sostenere la giunta militare. Giusto il giorno prima, era stato sventato un tentativo di colpo di Stato, ordito da alcuni oppositori di Tchiani. Segno che, da un lato, la protezione russa non è poi così solida. Ma, dall'altro, che Algeri intende accelerare sul Tsgp. Anche perché, come faceva notare qualche tempo fa un articolo su Model Diplomat, incombe, da una parte, la decisione Ue di interrompere, da novembre 2027, ogni acquisto di gas russo. Dall'altra, il progetto di gasdotto alternativo, guidato dal Marocco, principale rivale regionale di Algeri: l'Aagp (African Atlantic Gas Pipeline) che, partendo sempre dalla Nigeria, porterebbe il gas verso l'Europa passando in mare, al largo della costa. Un gasdotto più lungo (almeno 6.000 chilometri), più costoso e più indietro nella realizzazione. Ma che l'Algeria vede come il fumo negli occhi.
Il secondo segnale della fretta algerina sul Tsgp è arrivato il 27 ottobre, alla vigilia del terzo vertice Russia-Africa, a Mosca. Incontrando il suo omologo Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, gli ha fatto presente che la Sonatrach, di proprietà dello Stato, intende coinvolgere aziende russe nel progetto. Quali e con che compiti, al momento, di preciso non si sa (anche perché potrebbero in teoria mettere nel mirino delle sanzioni statunitesi anche le aziende controparti nel progetto, pur se Trump ha appena sospeso con un ordine esecutivo il Lindsey Graham Sanctioning Russia and Iran Act). La stampa algerina ha fatto circolare il nome della Tmk, una società specializzata nel settore metallurgico per la costruzione di tubi con sede a Ekaterinburg, che risulta sottoposta a sanzioni sia da parte dell’Ue sia da parte degli Stati Uniti.
«Di certo - conclude Gambardella - la Russia ha dato il suo placet all’intervento militare algerino perché desse il suo contributo militare al mantenimento dello status quo in Niger. L’invito rivolto ai russi per entrare nel progetto del gasdotto Trans-Sahariano somiglia così a un normale scambio di favori tra due Paesi che convergono su un punto cruciale: il controllo del Sahel non risponde solamente a logiche di alleanze politiche, piuttosto fluide, ma all’esigenza di gestire un portafoglio di interessi economici. E il vuoto lasciato dagli europei e dagli Stati Uniti nella regione non potrebbe essere un regalo più prezioso per il Cremlino».
Come minimo, se venisse coinvolta nel progetto del Tsgp, Mosca potrebbe ottenere una «riduzione del danno» rispetto alla decisione europea di sostituite il gas russo con quello di un altro Paese produttore (la Nigeria). Ma se vedesse accresciuto il suo ruolo di «puntello» del traballante Niger - ammesso che abbia le capacità per esercitarlo, cosa di cui i precedenti fanno dubitare - non è escluso che Mosca, peraltro fornitore di lungo corso di armi all'Algeria, possa finire per mettere indirettamente una «manina» sui rubinetti del gasdotto.
Il che dovrebbe preoccupare l'Europa e anche l'Italia, visto che, non soltanto in Niger è ancora presente un nostro contingente militare ma, come ha scritto tempo fa, con una certa enfasi, Alberto Cossu su Dissipatio, «il Piano Mattei, che prende il nome dal visionario fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, funge da principale motore ideologico ed economico per il coinvolgimento dell’Italia nel Tsgp. (...) Con il gasdotto Transmed già capace di trasportare volumi massicci, l’afflusso di gas nigeriano permetterà all’Italia di ridistribuire energia ai partner dell’Europa settentrionale, ancora scossi dal totale distacco dalle fonti orientali. Questo spostamento sposta efficacemente il baricentro del mercato energetico europeo dal Mare del Nord e dal Baltico al Mediterraneo, ponendo Roma al centro di un nuovo asse di cooperazione nord-sud».
Se Mosca riuscisse a rientrare dalla finestra in un progetto pensato per metterla alla porta, molti calcoli dovrebbero essere rivisti. Filippo Sardella, dell'Istituto Analisi Relazioni Internazionli, scrive che «qualora i negoziati si traducano in contratti, Mosca potrebbe acquisire presenza tecnica e relazionale in una futura arteria energetica africana. Non è dimostrato, a oggi, che possa controllarne i flussi, la proprietà del gas o la destinazione commerciale». Ma converrà tenere gli occhi ben aperti: «Se il contratto russo fosse circoscritto a tubi standard, la conseguenza geopolitica più diretta sarebbe limitata e prevalentemente commerciale. Se includesse manutenzione obbligata, software industriale, apparati proprietari e contratti estesi, il livello d’influenza potrebbe aumentare. Se si estendesse a capitale di rischio, gestione delle capacità o finanziamenti strategici, sarebbe necessario riesaminare la governance del corridoio. Sono tre soglie analitiche differenti che richiedono prove differenti».